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Piccolo suono

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Piccolo suono

(sonetto)

ABAB ABAB CDE EDC

Nasce nell’aria, a volte, un lieve canto

di accenti e sparse fole, un improvviso

piccolo suono, atteso già da tanto,

che sospira velato in un sorriso.

In sé conduce grazia, gioia e pianto,

ma cela ancora il lume del bel viso

avvolto a tratti in tenue ornato manto

sospeso a vuote stelle ed indeciso.

E spira intorno bello ed imperfetto

di rime nuove il verso immaginato

che poi si tace e vola via lontano.

Nessuno può fermare con la mano

la grazia del sentire ormai scemato.

Ed è soltanto un sogno quel sonetto.

Marisa Cossu

Marisa Cossu

Non era che un’immagine

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Non era che un’immagine

(ABA BCB CDC DED)

Non era che un’immagine sospesa

nel pulpito d’un cielo indifferente

l’approdo della lunga e incerta attesa.

Navigavamo dentro l’esistente,

atomi persi in gravità celesti,

sintomi astrali, umanità morente,

noi sacche di silenzio, bianchi resti

ai bordi di un destino ormai vincente.

Avatar di noi stessi, con i gesti,

chiamavamo in aiuto la potente

forza vitale e ritornava a noi

soltanto un’eco d’assoluto niente.

Marisa Cossu

“Sintomi poetici” di Marisa Cossu- Prefazione di Nazario Pardini

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ENZO CONCARDI LEGGE: “SINTOMI POETICI” DI MARISA COSSU

 

Marisa Cossu 

SINTOMI POETICI

Recensione di Enzo Concardi

 

Forse unica nel panorama letterario contemporaneo, la poetessa di origini sarde Marisa Cossu – vivente a Taranto – indica al lettore, in calce a una gran parte delle sue liriche di questa silloge, la forma metrica delle stesse: così veniamo a conoscenza del sonetto continuo, rinterzato, caudato, elisabettiano, marotique,speculare; del rondò; del madrigale; della canzone breve; dello strambotto; dell’acrostico; del distico elegiaco o dell’asclepiadeo quarto o della strofe saffica, come dei più comuni senari novenari ed anche delle terzine incatenate. Tale scelta – che definirei coraggiosa nell’attuale, indefinito marasma estetico e filologico – può essere uno stimolo per il lettore medio italiano all’acculturamento classico di tale materia o, quanto meno, suscitare una curiosità intellettuale non usuale. Nella prefazione Nazario Pardini sottolinea ampiamente questa originale caratteristica del modo di far poesia e specifica: “… La Cossu è alla continua ricerca di verbi e strutture ritmiche di raro valore sintagmatico. … Il complesso gioco morfosintattico (è) a disposizione per concretizzare le varie fasi del dettato poetico…”.

Oltre questo abito elegante, proveniente dalla tradizione letteraria e da un approccio culturale alla poetica, l’autrice svela visioni, concezioni, motivi, temi, di altrettanto valore che la collocano nei livelli più alti della poesia contemporanea, nutrita da una solida formazione classica e da un moderno approccio alla realtà del nostro mondo, nelle sue dimensioni interiori, psicologiche, morali, sociali, spirituali. Dunque coesistono in lei ventagli emotivi legati alle sfere sentimentali, agli affetti domestici e familiari, all’amore vissuto e sognato; suggestioni memoriali di volti, figure, luoghi dell’età più bella quando l’avvenire non ancora definito lasciava intravedere mondi luminosi; estasi, contemplazioni, osservazioni condivise tra la natura e la propria anima assetata di bellezza; un continuo ricercare l’infinito e gli infiniti oltre il grande mistero che ci circonda e che ci incammina verso il divino. Il libro è suddiviso in tre parti: Sentire il tempo (I), Stanze segrete (II); Amo divinamente (III), ma si tratta di una suddivisione formale, poiché l’unità artistica insita nell’ispirazione della poetessa le unisce in un unico grande viaggio nell’umana avventura alla ricerca dei suoi significati, tra i messaggi degli elementi naturali sui quali ella innesta la sua fantasia simboleggiante, le indirizza nel grande alveo dell’interiorità e dell’anima sulla spinta di infiniti stimoli venienti da una personalità umana ed artistica poliedrica.

 Il mito antico è ancora operativo nella poetica di Marisa Cossu, in particolare l’eredità ellenica e il retaggio della Magna Grecia. Andiamo dunque sulle coste joniche, alla ricerca dell’antica Tarasdove sorge l’odierna Taranto, sito che tuttavia richiama la cruda realtà dell’oggi: “Taras, città d’acciaio, / ti spaura la notte che ti affoga / in polverose nubi…”, prima di proiettare la poetessa nella memoria storica degli splendori del passato: “…ho ricordi di colonne ammantate / da un’antica bellezza, / ti custodisco come una reliquia. / Forse ti amo per i tuoi sepolti ipogei, / per le ormai dissacrate necropoli, / i cunicoli scuri che vanno / al mare dalle antiche / segrete dei palazzi / del borgo medievale…”. Qui la capacità di sintesi attraverso immagini evocative epocali dipingono scenari incantevoli. Taras è richiamata anche nella poesia Cimiteridove si ripete il contrasto tra la nociva Taranto degli altiforni e la sognante antica città della civiltà greca. Nel mar Tirreno giace la perla Aethalia: “Il mito è ancora qui / sui ciottoli screziati delle Ghiaie / tra l’acque del sommerso porto Argivo…”. È All’Elba dedicato il dolce canto, la propizia onda tra cui guizzano i delfini, e lieve soffia il Maestrale. La ricostruzione delle atmosfere dell’isola toscana è catturante, forse perché “prescelta dalla Dea”. Figure femminili, donne del destino si affacciano nel canto della poetessa, come Andromacamoglie di Ettore, Principessa di Tebe Ipoplacia e “dolce sposa presaga del lutto”; Saffol’eterna cultrice dell’amore pagano; Castalianinfa amadriade ed amica delle poesia: “Beva il poeta alla fonte Castalia / l’acqua mutata in fresca poesia /…/ Non poté averti Apollo, di te preso: / versa l’amore nel tuo scroscio eterno”. Ed anche nella misterica Senza tempodove s’intrecciano grovigli di luoghi (il fiume Galeso tanto amato) e memorie, appare il grande poeta Omero, anche se non chiamato per nome: “…E il mito era già lì, / con me veniva tra voci di vento, / in un libro consunto / …”.

Dal mito alla classicità di Dante continua il filo diretto del colloquio con i grandi del passato. Nella bellissima lirica Attesanell’epilogo troviamo l’ascesa spirituale all’Empireo: “…Appare all’improvviso il mio ristoro, / quell’amore che solo / giustifica la vita: / solo alla fine lieve spicca il volo / il cigno che nel fango s’è smarrito / ed è Bellezza, adesso, che intravedo. / Si svela tra le tremule fiammelle / «l’amor che muove il sole e l’altre stelle»”. Tocchi di alta liricità teleologica ed escatolgica, così come nella composizione Il sorrisodove il riferimento dantesco è il verso “Ella ridea da l’altra riva dritta” (Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVIII) e il cui significato è spiegato nei due versi terminali della terza quartina: “…il riso è segno del soffio divino / e il Poeta ne scrive nel suo Canto…”.

Ora, per concludere questa nostra recensione, accenniamo agli altri motivi che arricchiscono il dettato poetico della Cossu, inerenti soprattutto al rapporto tra l’io e il mondo. Allora ecco le rapsodie sulla natura (Vento marinoL’autunnoLa tempesta) in cui sprigionano le loro suggestioni le fantasie del mare, le simbologie autunnali sulle stasi dell’esistenza, le rappresentazioni della tempesta – con un riferimento alla famosa tela del Giorgione – quali metafore delle intemperie della vita e della storia. Ecco ancora gli spunti esistenziali sul senso di solitudine, sulle vuote sere dei nostri giorni, dove mi pare persino di intravedere echi di romanticismo (Pensieri al plenilunio di Primavera); l’enigmatica Le ceneri dell’ioprobabilmente una sorta di elegia all’odierna crisi dell’essere, dell’identità, al dissolvimento delle realtà spirituali; l’autointerrogarsi sulle classiche domande esistenziali (Da dove vengo); l’incattivirsi dei tempi testimoniato dalla deriva delle nuove Generazioniil persistere di una Condizione umana effimera in balia del panta rei: “…la tirannia del Tempo ci misura, / della pochezza umana non si cura”.

 Il mistero che ci circonda ci incammina a ricercare soluzioni all’enigma della vita, che la poetessa, in ultima analisi, trova accedendo alla dimensione religiosa, dapprima in senso lato, via via verso il Cristianesimo. Così in Ecco il mio cielo è il senso dell’infinito, la consapevolezza d’essere una “minima particola d’eterno” che l’affascina, così come in Speranza c’è l’aspirazione ancora vaga ad una resurrezione come approdo del viaggio terreno. Oltre, l’aggancio alla figura del Cristo sancisce il suo ingresso definitivo nel divino, nel sacro: “…allora mi colpì tanta dolcezza / perché ti vidi Figlio del Creatore / …” (Allora mi colpì tanta dolcezza); “Vive nel cuore un luogo, dove quieta / veglia un’antica stella nell’attesa / quel dio-dentro che con voce lieta / nella vicenda umana si palesa / …” (Questo Natale). È dunque il riconoscimento dell’Incarnazione come presupposto della salvezza. E anche l’amore umano quindi assume tutt’altro significato: Amo divinamente titola la poetessa la terza sezione del libro, la cui copertina è occupata dal dipinto su tela, La ragazza sul fiumedi Sauro Pardini, fratello del prefatore, che potrebbe rappresentare la giovinezza sognante della poetessa.

Enzo Concardi

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

LE CENERI DELL’IO

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Non riposano nelle urne preziose,

sono frammenti di tempo disciolti

in avamposti marini.

Si disperdono nell’eterno fluire

delle cose e restano

vive nelle pietraie dei nuraghes,

nei sottosuoli di sommerse città;

sono macerie già stratificate,

risorte in torri e tralicci ferrosi;

riposano in profondi e oscuri ipogei,

guardano da occhi di antiche pareti,

da affreschi evanescenti,

dove un fuoco acceso da fuggitivi

ha lasciato un’orma di fumo nero

sul muro levigato dalla storia.

E nuda la polvere

si confonde alla terra:

 innalza uno spessore d’identità,

da essa emerge materia costruttrice,

sensibile base del divenire,

un quanto indecifrabile venuto

dalla barbarie di un libro bruciato,

espulso e poi dissolto

nell’infinita logica del tempo.

Marisa Cossu

LA CORSA

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La corsa

(sonetto shakespeariano)

 

Conta le stelle l’uomo in un sospiro:

qualcuna si è dispersa in un altrove;

a mille a mille, in curvilineo giro,

vanno verso la forza che le muove.

 

Si manifesta in tremule fiammelle

la via di tutto ciò che intorno esiste

per navigare verso ignote stelle

che da nessuno sono state viste.

 

È destino inspiegabile l’ardire

della suprema corsa che s’arresta

in uno spazio oscuro, per scoprire

dove il seme mortale alfin s’innesta.

 

Eppure quell’ azzardo mai finisce,

ma delle stelle l’uomo si stupisce.

Marisa Cossu

 

 

Maria Luisa Dezi intervista Marisa Cossu

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Intervista di WikiPoesia

A cura di Maria Luisa Dezi (febbraio 2020)

Sei nata a Monterotondo, in provincia di Roma, ma abiti a Taranto. Il nome poi rivela qualcos’altro. Qual è la tua storia?

Tutto ha inizio in un piccolo paese della Sardegna, Pabillonis, detto “La palude degli uccelli” perché grandi aironi rosa si soffermavano nella palude originata da un fiume di acqua salmastra. Noi lì si giocava a forgiare uccellini e fischietti di creta, materia che abbondava sulle rive limacciose. Tra i ricordi, la bianca casa dei nonni, le vigne assolate e gli alberi dei fichi maturi, la vastità del mare che si mostrava misterioso durante le vacanze al Poetto, spiaggia di Cagliari. Qui le mie radici, ciò che mi ha segnato intimamente e di cui si trova traccia in alcuni racconti e nelle poesie. Poiché mia madre era romana, è venuta a Roma per essere vicina ai suoi al tempo del parto. Ma la mia città adottiva è Taranto, la città magnogreca nella quale la mia famiglia si è stabilita e dove, dopo gli studi, ho costruito la mia casa e una grande nuova famiglia. Qui ho lavorato come docente psicopedagogista impegnata, con l’Università, il Provveditorato agli studi e con altre agenzie educative, nella formazione e aggiornamento degli insegnanti.

Invece, la poesia quando è entrata nella tua vita?

Non saprei dire con esattezza quando mi sono accorta di guardare al mondo e a me stessa con un misterioso “sentire”.  Forse la poesia mi cercava ed io ne coglievo i segni nella bellezza della natura, nei palpiti del mio animo adolescente, nella curiosità verso l’universo, nell’apertura agli altri; la poesia è un “Essere errante”: dalla prima giovinezza ho imparato ad aspettarlo. Quando manca è assenza, attesa, crisi; quando nasce e mi cerca è un miracolo epifanico.

Come nasce una tua poesia. La scrivi di getto o con fatica? Poi la lasci andare o continui a limarla e a perfezionarla?

La poesia origina dal complesso ingranaggio cuore-cervello, dal mio essere immerso nel mondo che mi circonda. È un fatto cognitivo e spirituale a un tempo, perciò non può che essere espressione di identità, libertà e coerenza; ma anche di studio e passione per la grande tradizione letteraria. La vita è poesia: essa è dappertutto, nello scavo interiore, nelle piccole cose, nel cosmo che si manifesta con i suoi fenomeni ciclici. Con i miei versi canto la gioia, il dolore, la morte e i risvegli della Natura. Guardo gli innesti che il tempo organizza tra gli esseri umani, gli animali e le cose. La poesia nasce dalla disponibilità ad avvertire tutte queste cose. Non scrivo mai di getto, o molto raramente. A volte inizio con un endecasillabo che m’innamora e che dopo alcune ore o giorni diviene testo, contenuto e pensiero intorno all’uomo e all’infinito. Spesso correggo e limo anche a distanza di tempo: so che la poesia è un messaggio denso, so che la ridondanza non giova alla comunicazione; perciò oltre che all’osservanza di regole compositive, proprie della metrica, tendo a versificare per sottrazione, con linguaggio chiaro e diretto.

Un tuo libro si intitola La vita bella-Pensieri e parole .

La vita è bella?

Uno dei miei primi libri s’intitola “La vita bella, pensieri e parole”.  La vita bella è quella di cui parlo nella silloge: un viaggio tra i miei affetti più cari, i ricordi ancor vivi, le persone che non ci sono più e le metamorfosi che io stessa ho subito nel tempo. La vita bella è amore, legami forti tra esseri umani, rispetto e accoglienza. È Il miracolo di un risveglio, il poter pensare, con pacata tristezza, ai dolori inevitabili e trovare consolazione nel trasporre i sentimenti in poesia. Perciò leggeremo composizioni che rievocano immagini di vita quotidiana, pensieri propri della mia visione del mondo.

In questo libro, tra l’altro,   c’è una bellissima poesia dedicata a tuo padre che sta accanto a tua madre fino alla fine:” Il cancello azzurro”. Ci ricordi la storia di questa poesia?

Qui leggiamo “Il cancello azzurro”, un’immagine che ho anche dipinta su tela, tanto era forte in me quella suggestione. I miei genitori si sono sempre dedicati l’uno all’altro. Mia madre era più fragile e il babbo non la lasciava mai: sedevano di fronte ad una grande finestra affacciata su un giardino incolto dove campeggiava un cancello azzurro tra una pianta di capperi selvatici dai grandi fiori bianchi e rampicanti con fiori colorati. Volavano intorno piccoli uccelli. I miei cari aspettavano lì il trascorrere del tempo e il temuto distacco. Il loro amore mi è stato d’esempio e di conforto nei tanti eventi della vita.

Di che cosa tratta, invece, il libro “Di ombra e di luce”? Perché dici che ti rappresenta meglio?

“Di ombra e di luce” é l’ultima silloge pubblicata lo scorso anno. Ora sono in attesa di due nuove pubblicazioni vinte con la partecipazione ad importanti premi letterari. Questo libro mi è caro perché è segno di una maturità poetica, stilistica ed estetica, conquistata in molti anni di lavoro sia nella composizione in versi che in saggistica. Scritto completamente in metrica reca la prefazione prestigiosa del poeta e critico letterario Nazario Pardini. In questo libro la mia anima filosofica, intesa come interesse e visione del mondo, si manifesta con forza.  “Raggiungere una meta dopo un lungo viaggio è quello che si propone la poetessa; se poi intravede il volto della bellezza, di tutto ciò che è ristoro, alcova, quietezza, la sera assume un colore diverso: quello dell’amore che giustifica la vita” (dalla prefazione di Nazario Pardini)

Nel mondo di oggi così chiassoso e in cui siamo bombardati da immagini, qual è il ruolo della  poesia così quieta ed intimistica?

Rapporti veloci ed effimeri, bulimia di possesso, indifferenza e rumore caratterizzano la società “liquida”. La tecnologia, pur apportando un grande progresso in tutti i settori della vita, ha spento ruoli e funzioni che nel passato avevano rappresentato approdi, ha inaridito il tessuto sociale ed è sempre più difficile distinguere il reale del virtuale. Siamo in una grande illusione, un delirio di onnipotenza dove anche la poesia appare utopica ed è considerata “terminale”. Ma, dalle discariche della crisi in cui è precipitata, la poesia deve pur risalire per trasmettere valori etici oltre che estetici. L’innovazione deve però nascere dalla identità e dalla tradizione: deve essere ponte tra il lascito dei grandi e il linguaggio dei nostri tempi. Non c’è bisogno d’altro perché la poesia è di per sé rivoluzionaria nel senso che l’individuo toccato dalla grazia della poesia, diventa migliore e riesce ad addolcisce la durezza del vivere. Per quanto riguarda le mie speranze e i miei sogni, reputo un miracolo immenso possedere il dono di ambire a diventare poeta. Non so se mai potrò chiamarmi poeta. È troppo alto e nobile il significato del termine perché io possa riferirlo al mio poetare; tuttavia credo di essere in buona fede quando aspetto che la mia Compagna Trascendentale, venga a illuminare le mie parole.

Quali sono, invece, le attività socio-culturali a cui ti dedichi?

Faccio parte di alcune associazioni culturali in tutta Italia e nel mio territorio, sono giurata e presidente di concorsi letterari, partecipo a reading poetici, ho un mio Blog di letteratura su WordPress e sono collaboratrice del Prof. Nazario Pardini nel suo Blog culturale “Alla volta di Lèucade”. Su riviste on line, giornali, e riviste cartacee, sono state pubblicate opere di poesia, critica letteraria, saggistica. Hanno scritto di me alcuni apprezzati poeti e critici letterari.  Il mio hobby preferito è la pittura. In questi ultimi anni ho collaborato con i Licei del territorio in progetti di sensibilizzazione alla lettura e alla poesia. Il contatto con i giovani nelle ore assegnatemi per la durata dell’intero anno scolastico è stato bellissimo. Gli interventi sono culminati in concorsi di narrativa e poesia tra gli studenti coinvolti nel progetto. Con i docenti, penso di aver suscitato grande impegno e collaborazione. I giornali d’Istituto e i testi prodotti dai ragazzi, testimoniano il raggiungimento degli obiettivi.

Ora, a quale progetto stai lavorando?

Dopo l’uscita dei due libri che avverrà tra qualche settimana, prenderò una breve pausa di riflessione; ma è già in corso d’opera un nuovo libro di saggistica. Aspetterò sempre che la poesia mi faccia la grazia di manifestarsi: non v’è progetto più entusiasmante di quello di dar vita a nuova scrittura e tener viva la propria creatività. Darò certamente seguito a tutte le attività cui mi sono dedicata fino ad ora, in particolare ai progetti rivolti alla Scuole.

 

Dicembre

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Notte magica

Dicembre

(acrostico in ottava rima)

 

Dentro la casa che si veste a festa

Inizia ormai l’attesa del Natale;

C’è nell’aria un qualcosa che poi resta

Entrando nei ricordi. Per le scale

Mostra le bacche un agrifoglio e desta

Bei pensieri di gioia quando sale

Ridente e fiero per il corrimano.

Ed  io viaggio in un sogno lontano.

Marisa Cossu

 

Senza tempo

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1- Paestum

Paestum

Senza tempo

Forse nessuno prima aveva visto

sostare sulla riva un vecchio cieco,

un uomo antico, un mitico poeta,

mentre rivolto al mare

ne ascoltava la voce

e ne cantava assorto, le avventure,

il risonante sciogliersi dell’onda

in schiuma di memoria.

Con lui era già il mio canto di fanciullo,

il lancio delle pietre a pelo d’acqua

o nell’esigua ampolla

che dalle rocce in mare si riversa.

Era il Galeso, amato dai poeti

per il dolce falerno,

il luogo a me più caro.

E il mito era già lì,

con me veniva tra voci di vento

in un libro consunto,

un De Chirico falso degli sposi

nell’ abbraccio d’addio.

Nessuno aveva visto a me vicina

Andromaca tremante:

nel fragore dei flutti cade il pianto

che di dolore muove e gonfia l’onda.

Fulgido scudo ancora in me risplende

e il tempo non esiste:

il tutto regna insieme,

anche il mio smarrimento

vile, che via facendo, perde il senso

di ciò che meraviglia.

Se tutto scorre, sulle pietre resta

tra salici piangenti la presenza

del canto che mi danza in petto adesso,

qui, dove si dipana il libro informe

del mio pensiero vano.

Marisa Cossu

CERTEZZE

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Incertezza

 

Certezze

 E non trovo certezze

nelle tracce dell’essere esistito,

né l’esistente dall’umano volto

giustifica il mistero

degli albori nascenti e della fine;

resiste un grande vuoto da colmare

con parole leggere,

senza peso sulle mie spalle d’ossa

e sull’ombra piantata nella terra

dove, impotente, il sogno

tenta il volo per l’infinita volta;

e  ripiega nel nulla,

vi ricade senza sapere mai

dove splenda sapienza

che illumini di vero la ragione.

Marisa Cossu

 

 

Incipit: “Ascoltavo la pioggia”

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Ascoltavo la pioggia.
Una goccia scavava,
scavava il fumo grigio
di una ormai consumata sigaretta,
scavava dentro con un graffio lento
che segnava l’attesa.
(… Non so che cosa udivi nei
fermenti
incisi dalla pioggia
… gutta cavat lapidem …)
Lento appariva quel poco di vita
sommersa, quel colpo nel cuore
spaurito,
il folle bisogno d’amore,
la vita, la stanza , la pioggia, la goccia
che scava e lava la fronte aggrottata.
Nella stanza  ormai chiusa,
sul letto piovevano ombre di cielo .
L’immenso spariva.
Marisa Cossu