Archivi categoria: Prosa

Ogni volta

Standard

images[3]

Ogni volta che finisce la festa, la casa si ritira nella sua riposante normalità, nell’ ombra quieta delle abitudini, nel silenzio dei ritmi  quotidiani; quando tutti coloro che amo e che hanno riempito questo giorno di vita, di calore, di musica e di armonia, sono andati via a vivere le proprie vite nei loro mondi da me materialmente distinti, allora salgo sul terrazzo più alto per respirare al buio le emozioni, i ricordi, i pensieri che si dissolvono come nebbia d’ argento nell’ aria gelida.

Seguo la luna da un isolato punto di vista, per poter capire se il luccichio spentosi all’ improvviso, le allegre risate, il vocio familiare, i suoni e i rumori della festa, siano volati lassù in cerca di un territorio più ospitale e vero del mio cuore altalenante e malinconico, ma sempre luminosamente costante.

La luna si oscura ad un tratto, stanca di troppa luce; il freddo di una nuova solitudine scende sulle mie spalle con l’inverno della notte in cui tutto è accaduto per sempre.

Pesano le parole, le gioie, le attese consumate nell’ arco di un tempo che non vuol finire, che resiste e ancora si affaccia con il suo Natale personale…a ciascuno il suo, come nella vita vera, perché tutto riprende il proprio posto nella corsa dei giorni che verranno; ma stasera, lasciate che possa sentirmi felice ancora per un po’.

Recita di Natale

Standard

imagesNLEK3VVQ

 

Il fatidico giorno è arrivato. Stanchi, stressati ed entusiasti, alunni ed insegnanti si dedicano con frenesia agli ultimi preparativi della recita nella grande aula destinata a teatro dell’ esibizione. Gli alunni trasportano con gran rumore le sedie da diverse aule, aiutati da bidelli scontenti e brontoloni; i più vivaci approfittano della situazione per dar sfogo alla contenuta iperattività di quelle ore cruciali, altri esplorano la scena o si nascondono dietro il grande tendone azzurro trapunto di stelle dorate. Luigi non si muove: sempre accanto a me, stringe tra le mani un lembo di tenda azzurra a coprire la metà del viso; se mi allontano, mi trattiene per la giacca. Luigi è il bambino “che non sa leggere, che non comunica come gli altri”. Schivo e taciturno, tuttavia non rifiuta di stare con me in questa emozionante avventura.

Disposte le sedie in file ordinate, ora iniziano ad arrivare i genitori e i nonni mentre i bambini si affrettano ad indossare i costumi di scena guidati da due insegnanti ormai esausti e  del tutto privi di voce. I genitori di Luigi sembrano contenti, ma i loro sguardi appuntati sul figlio spesso tradiscono frustrazione e rassegnazione allo stesso tempo.

Il mio compito, ormai esaurita la fase della preparazione degli alunni, consiste nel tenere a bada tre o quattro angioletti, per niente degni di questo nome, che si contendono un paio d’ali e alcune coroncine ottenute da un filo dell’albero di Natale. Devo anche fungere da suggeritrice agli attori più distratti o smemorati e, dulcis in fundo, manovrare a tempo la colonna sonora della recita che a tratti  si trasforma  in un musical pieno di danze e movimenti imprevedibili. So per certo che qualche attacco non sarà ineccepibile, che qualche bambino creerà qualche contrattempo, che le cantanti e i pastori stoneranno. Qualcuno confonderà il proprio posto, ma sono convinta che ci sia bisogno di questi momenti di aggregazione vissuti tra novembre e dicembre. Una gran fatica che ha visto molto disordine, tanta allegria ed altret- tanta voglia di esprimersi. Luigi durante la preparazione della recita e in tutte le attività pratiche e artistiche connesse, aveva osservato tutto con aria distaccata, aveva opposto un comportamento solitario e di rifiuto anche nelle situazioni più esilaranti. Ora guarda ciò che accade, ma io sono sicura che conosca tutte le canzoni imparate in classe.

Sul palcoscenico, davanti al cielo stellato della tenda blu, è stata costruita una capanna in polistirolo, adeguatamente dipinto dai ragazzi,  sormontata da un tetto di paglia mista a strine di carta luccicante: all’interno le sagome in cartone di un bue e un asinello, immancabili in una qualsiasi rappresentazione natalizia.

Marika, in un lungo abito di raso celeste ed un velo bianco appuntato da una coroncina sui lunghi e riccioluti capelli neri, sgrana gli occhioni tutta compresa nel suo ruolo di Madonna mentre contende Cicciobello ad una bimba vestita da Stella Cometa che vuole tenerlo un po’ tra le braccia.

Un gruppo di angeli sta provando “Tu scendi dalle stelle” con la diamonica e il coro, elettrizzando gli animi in attesa dell’inizio imminente,  mentre i pastori sono ormai disposti presso la capanna. San Giuseppe invita  Marika  a prendere posto disponendosi al lato della mangiatoia ricolma della stessa paglia del tetto della capanna.

Tutti gli angioletti che prima si rincorrevano nel corridoio strappandosi pezzi di ali e tirandosi le tuniche giallo-oro, come per incanto si fermano e prendono il proprio posto. Dimenticavo di parlare della Stella Cometa buona e d quella più birichina che non credeva del tutto agli accadimenti straordinari di quella magica notte: le due si sarebbero confrontate in modo canoro accompagnato da una mimica e da una gestualità davvero divertenti, all’inizio della recita … Stella Cometa che brilli lassù

Ecco, ci siamo: le luci si spengono e la capanna si accende, le stelle iniziano la loro colorata intermittenza, la musica si leva in quell’attimo di sospesa emozione, i cori cantano a tempo, tutto sembra muoversi verso una luce soprattutto interiore. Una voce narrante,è Giuliano vestito da Re con una folta barba bianca, recita le parti salienti della rappresentazione e, al momento giusto, compaiono i personaggi in quel presepe vivo e in movimento illuminato da lanterne e lampade nascoste.

Io non sento nient’altro che la musica, le voci dei bambini, i cori degli angeli. Anche il pubblico è silenzioso ed attento: sembra svanita in un respiro liberatorio tutta l’ansia dell’ attesa, sembra annullata la fatica ; la tensione si scioglie.

Ma l’emozione più profonda accade quando Luigi inizia ad applaudire e corre verso la capanna tra gli altri ragazzi, esce dall’amara prigionia per un attimo di comunicazione.

Sono senza fiato e provo l’istinto di correre anch’io dietro Luigi, quasi per proteggerlo da quel mondo che non può capirlo. Mi fermo in tempo, mentre i compagni e tutte le stelle lo abbracciano. Giulia, Emma e Carla, mie colleghe e compagne di avventura, mi guardano finalmente con un sorriso affettuoso ed io mi sento protagonista di un evento speciale, indimenticabile, che mi ha segnato con la potenza della sua semplicità e del suo significato.

Ma non finisce qui, perché nel sentire gli applausi e nel vedere la commozione delle famiglie, l’orgoglio per il lavoro dei figli e la sincera partecipazione, anche a me spuntano due lacrimucce d’amore per questo meraviglioso mondo.  Ogni giorno della mia vita con vera passione, dono me stessa e ricevo in cambio esperienze che resteranno in me per sempre.

©Marisa Cossu

 

 

 

Citazione

Ripropongo questa riflessione sulla bellezza per compendiare alcune idee fondamentali.

" Vola alta parola"

” LA BELLEZZA ABITA DA SEMPRE NEL CERVELLO” ( J. Pierre Changeux, L’ uomo neuronale.)

La bellezza è nel rapporto tra la regola e l’ emozione…Cosi sintetizzo quanto sostiene il maestro delle neuroscienze già citato. L’ opera d’ arte è ri-conoscibile perché l’ artista è penetrato nel segreto dell’ empatia, tra ragione ed emozione. La scoperta della bellezza è una forma di comunicazione ” intersoggettiva” tra gli attori del fatto estetico. L’ empatia si verifica anche nell’ arte astratta, infatti Picasso, Pollock ed altri  grandi pittori astrattisti, suscitano emozioni e condivisione in una vasta comunità. Ritengo che ciò accada anche in tutte le altre espressioni estetiche: il senso del bello, come criterio costante di valutazione di un prodotto d’ arte, è in tutti noi , nella mente e nella sensibilità di ciascuno.

Marisa Cossu

View original post

POETI e PITTORI

Standard

apollinaire004[1]corrado-govoni-il-palombaro[1]govoni_autoritratto[1]

Mi piace pensare che la Pittura e la Poesia  possano incontrarsi e contaminarsi nella ricerca mentale-interiore dell’ artista e che si realizzino intenzionalmente in moduli espressivi significativi della totalità del messaggio che il pittore o il poeta vuol comunicare.

Le immagini reperite nel Webb ( sono tra le più note ), mostrano i risultati esemplificativi di tali attività creative che trovo affascinanti: l’ autoritratto del poeta C. Govoni, il Palombaro dello stesso autore, il calligramma” La colomba” di G. Apollinaire. ..e  potrei continuare con Magritte ( la sua famosa pipa sottolineata dalla famosa frase ) e portare ad esempio opere della tradizione classica. Spesso l’ immagine viene rappresentata con il disegno delle parole o viceversa per dare forza e intensità al contenuto.

Propongo queste riflessioni per rispondere ai tanti commenti sulla forma della scrittura di alcune mie poesie facenti parte di una piccola raccolta che sto postando sul blog, naturalmente nel mio piccolo e senza alcuna pretesa ; in questa mia ricerca tendo a sottolineare il ritmi e la struttura della composizione senza far riferimento a regole tradizionali; ma vorrei entrare nel rapporto poesia – pittura anche  da altri punti di vista.

Se mi meraviglia e mi affascina la contaminazione della pittura con la poesia e viceversa, altrettanto importante mi sembra una riflessione sul nesso e le differenze tra le due forme espressive :

In che cosa sono simili i poeti e i pittori?

In quale modo la poesia e la pittura possono essere assimilate?

Che cosa hanno in comune e in che cosa si differenziano le due nobili espressioni del pensiero?

Le neuroscienze e la neuroestetica  ricercano questa antica connessione nel cervello umano, nell’ apparato neurologico dell’uomo che crea la bellezza, unico detentore della capacità di “creazione” cioè di “Poesia” anche nella differenziazione del linguaggio.  La visione dall’ interno sposta dalla percezione sensibile alle costanti già presenti nelle zone preposte del cervello in modo che il corpo e la sua sensibilità percettiva siano ” porta dello spirito”. Due sono i principi cui sono legati la creazione e il godimento artistico: la legge di costanza per cui si acquisisce la conoscenza del mondo e la legge di astrazione per cui le esperienze particolari in continuo divenire si trasformano in  conoscenza.

Il recente sviluppo delle tecnologie di indagine in campo neurologico dimostrano e registrano le attività del cervello in presenza di un’ opera d’ arte visiva, musicale, poetica: certi quadri, come i tagli di Fontana, addirittura stimolano nel fruitore il movimento e il gesto dell’ attività del pittore, l’ empatia avviene quindi anche nel caso dell’ astrattismo ; altre composizioni poetiche o musicali, testimoniano la spiritualità dell’ artista e ne svelano il mondo interiore.

I rapporti tra  arte e scienza trovano origine nel cervello, sono suoi linguaggi, sono fatti cognitivi e si collocano insieme, in una diversa modalità espressiva, nell’ambito dello studio dei linguaggi dell’ arte : l’ arte e la conoscenza sono interdipendenti, anzi l’ arte è conoscenza ed ha quindi una sua filosofia. In conseguenza di queste teorie  la filosofia pone il baricentro della sua riflessione sull’ arte nella ” svolta linguistica” caratterizzata dallo studio dei simboli e dei sistemi simbolici. Il linguaggio appartiene all’ uomo e l’ uomo incardina la storia del suo pensiero nella filosofia.

La  pittura e la poesia si esprimono con i linguaggi dell’ arte , si completano e si spiegano in differenti modalità, ma entrambe possiedono e suscitano, in una visione interiore, gli stessi sintomi estetici che l’ uomo riconosce e valorizza. La bellezza abita già in noi,  come dichiarano i maestri delle neuroscienze in un’ ottica interdisciplinare che vede scienziati ed artisti collaborare nelle nuove ricerche e scoperte.

” Ut pictura poesis”: Orazio, Ars poetica.

Simonide: (riferito da Orazio )” La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura parlante”

Senofonte, Memorabili: “I pittori sono in grado di trasferire in pittura le qualità dell’ animo umano rappresentando i sentimenti”.

Leon Battista Alberti, De Pictura:” La pittura è finestra sul mondo”.

Benedetto Croce: “L’ opera del poeta è già perfetta nel cuore di chi l’ ha compiuta”.

N. Goodman , I linguaggi dell’ arte: “L’ arte non è una copia del mondo reale. Di queste dannate cose basta che ci sia un solo esemplare”.

Semir Zeki,La visione dall’ interno.” L’ arte è un’ estensione del cervello visivo”.

Orazio, Ars poetica:

“La poesia è come un dipinto: questo, guardato più da vicino, ti prende di più; quest’ altro se ti metti a distanza; per questo ci vuol la penombra, per questo la luce piena, chè non teme il perspicace giudizio del critico; e così questo piace soltanto una volta, quest’ altro anche se visto o rivisto”.

 

Marisa Cossu

 

 

LE ” IMMAGINI ” di Filostrato Minore

Standard

Franceschini_Esione_Ercole[1]La lettura del Proemio delle “Immagini” del retore greco, vissuto nella prima metà del terzo secolo d. C, mi ha motivato ad approfondire la conoscenza di questa opera ecfrastica, in cui le immagini sono descritte con parole che si servono degli artifici retorici per suscitare nell’ osservatore emozioni di vario tipo.

Filostrato affronta le tematiche mitologiche sotto la forma del dialogo con un immaginario accompagnatore e, attraverso la riflessione sulla pittura, riesce a tratteggiare accuratamente il carattere dei soggetti dipinti, dando forma e voce ad immagini evanescenti che altrimenti non sarebbero mai giunte fino a noi.

Il retore è portatore di un nuovo approccio alla lettura del mito in senso psicologico, nell’ attenta descrizione spesso enfatica e suscitatrice del pàthos, egli dà voce ai sentimenti, al loro divenire in una evoluzione psicologica, all’uso dei colori per enfatizzare il sentimento, alla capacità di evocare immagini sonore, coinvolgendo in essi la natura e tutti gli altri elementi dei dipinti cui dà vita come se agissero intenzionalmente, sia pure sotto l’ ineluttabile controllo degli dei.

Il retore rende fruibili i dipinti anche se sono tanto evanescenti da non potersi osservare realmente.Nella lettura della galleria, composta da diciassette quadri, ho meglio compreso quale possa essere il rapporto tra pittura e poesia attraverso l’ arte della la parola che immagina, descrive, conserva, quindi salva la tradizione umana artistica, culturale e storica;  perciò ho voluto riportare in questo articolo il quadro  n. 12 dell’ eckphràseis che propone il mito ben noto di Esione, la giovane figlia del Re di Troia Laomedonte, mendace traditore degli dei, punito con il sacrificio della povera principessa : legata ad uno scoglio aspetta di essere divorata dall’ orrido Kètos tra i flutti del mare sempre più agitato.

Eracle di passaggio dalla Troade insieme agli Argonauti diretti in Colchide, vede con stupore la ragazza incatenata ad una roccia e pensa subito di liberarla in cambio della promessa di averla in sposa ricevendo da Laomedonte anche delle candide cavalle immortali ; naturalmente il Re verrà meno alla promessa: Eracle lo ucciderà, incendierà Troia, offrirà Esione in sposa al suo eroico compagno Talamone, e Pordace, fratello di Esione diverrà re di Troia con il nome di Priamo.

Eracle è il protagonista assoluto dell’ impresa che lo vede contrapposto al mostro marino: il kètos appare sulla scena  con tutta la sua enorme bestialità, il corpo ricoperto da squame, i grossi occhi roteanti, la coda tanto  enorme da provocare alte e schiumose onde. Ed ora l’ eckphràseis :

“…incatenata alle rocce del mare, terrorizzata dal mostro che si avvicina sempre più minaccioso, mentre la folla radunata sugli spalti della città alza le braccia verso il cielo e assiste in silenzio al sacrificio, Esione vede  apparire il mostro tra il ribollire delle onde . Il volto della fanciulla è esangue, sconvolto, la tunica bianca strappata dalle onde. Eracle, opposto a lui , la pelle di leone e la clava sono ai suoi piedi, tende l’ arco mirando al mostro. In secondo piano Esione  incatenata e languente sullo scoglio. Non si può valutare la bellezza della giovane perché l’orrore fa appassire il fiore della bellezza…”( dalle “Immagini” di Filostrato Minore).

Marisa Cossu

BARBARA MISSANA, THE STONE olio su tela 60×60 2014

Standard

the stonemostra barbara

La giovane e valente artista tarantina Barbara Missana espone il suo dipinto “The Stone “, selezionato da Vittorio Sgarbi, alla mostra “Spoleto Arte incontra Venezia”, Palazzo Falier,  dal 27 settembre al 24 Ottobre 2014. Barbara Missana, dott.ss magistrale in Storia dell’ Arte, ha pubblicato il libro “Verso una nuova critica d’Arte, la neuroestetica e Kandinsky ” per i tipi di Sentieri Meridiani Edizioni  ed ha già partecipato con i suoi dipinti a diverse esposizioni in Itala e all’ estero.

L’interesse dell’ autrice per gli studi sul rapporto arte – cervello ispira gran parte della sua espressione artistica e diviene tema essenziale per i dipinti della serie “IL SEGRETO DEL CORPO” in cui svolge un percorso di riflessione e di significato, muovendo dalla visone “dall’ interno”:  il cervello produce e riconosce i segni dell’estetico in un processo empatico. L’ arte è, per l’artista, un fatto cognitivo che si esprime con un linguaggio che può essere studiato soltanto nell’ incontro tra ARTE e SCIENZA.

Le figure dipinte dalla pittrice parlano attraverso la loro apparente immobilità , la fine gestualità, il sapiente ed elegante uso del colore, il messaggio che si  evince nella raffigurazione :  il corpo è allo stesso tempo porta della sensibilità e dello spirito e mostra tutta la sua forza espressiva catturando l’ emozione dell’ osservatore.

The Stone è una figura minimalista e spaziale allo stesso tempo : l’ uomo nasce per l’ avvento della ragione, si libera dalla prigione di pietra per l’ intervento della mano che lo ha reso reale e vivo e, se l’ opera sembra incompiuta, è per una scelta linguistica dell’ artista che vuol lasciare all’ immaginazione e alla riflessione dell’ osservatore, un vasto campo interpretativo ed emozionale.

Marisa Cossu

COME IMPARAI A LEGGERE

Standard

SDC11200

Peppina, la “servetta”( così si chiamavano in Sardegna a quel tempo le ragazze messe a servizio presso una famiglia più abbiente),  venuta con noi da Pabillonis a Oristano per aiutare mia madre con noi bambine e nelle faccende domestiche, mi guardava atterrita e impotente mentre mi dondolavo a cavalcioni sul  ramo del grosso fico cresciuto nel cortile della casa rosa; avidamente, più per sfida che per gusto, assaporavo un frutto maturo e zuccheroso da cui stillavano gocce di un latticello bianco e appiccicoso.

Era uno dei tanti pomeriggi della calda estate isolana, ormai agli sgoccioli, in cui , mentre i grandi si concedevano un breve riposo all’ interno della casa dalle pareti di un rosa sbiadito dal tempo, le verdi persiane appena accostate, penetrate insieme all’ ombra dal vento marino , io  me ne stavo appollaiata lassù tra il volo di calabroni dalle ali argentee e vibranti, e il passaggio veloce di uccelli che, provenienti dai folti eucaliptus, venivano a beccare al volo i fichi per scomparire dietro il muretto a secco che circondava la casa; accanto al muretto, e non lontano dall’ albero, si era moltiplicata una famiglia di fichi d’ India che mi osservava dai grandi faccioni verdi delle pale spinose sormontate da creste rosse.

Sulla facciata della casa si innalzava una pergola di glicine con grossi pampini viola. Dora, la mia sorellina, se ne stava ai piedi dell’ albero piagnucolando, un grande fiocco rosa tra i capelli, implorandomi di venire giù  stropicciandosi gli occhi lacrimosi e il cola naso con le manine sporche di argilla. Peppina, viso rotondo, occhi neri allarmati come due mandorle schiacciate e due treccine nere appuntate ai lati della testa, ormai paonazza, minacciava di chiamare papà e mamma.

La discesa dall’ albero, come sempre era avvenuto in quei pomeriggi, comportava l’ inizio di una nuova avventura, all’ interno della casa: Dora ed io giocavamo a nasconderci negli armadi o in qualche stanzino buio per niente spaventate dalle  terribili storie che Peppina  ci raccontava per tenerci a freno; poi lei veniva a cercarci e scoprendo i nostri nascondigli giocava con noi come una bambina; ma c’ era un gioco nel quale mi distinguevo per la capacità di arrampicarmi sui mobili del salotto, luogo proibito ai bambini specialmente se molto sporchi.

Lì non si poteva entrare liberamente come in tutte le altre stanze , si stava seduti educatamente ed io immaginavo che vi fossero nascosti i misteri della casa, gli oggetti preziosi i libri che non sapevo ancora leggere; in realtà vi troneggiava una grande libreria sulla quale erano state disposte le poche cose importanti salvate dalla guerra, un vasetto dipinto a mano ereditato dal nonno paterno, qualche statuetta di famiglia e alcuni libri a cui mio padre teneva in  modo particolare.

Era quella un’epoca grama in cui i bisogni dei bambini erano spesso soverchiati dalle esigenze della normale sopravvivenza. Si usciva anche da un periodo in cui i libri da alcuni folli erano stati bruciati e la cultura bandita…la guerra aveva ucciso la speranza e la sapienza e a fatica si cercava di ricostruirle.  Io ero affascinata da quei libri; ma ce n’era uno bellissimo con la copertina azzurra e grandi lettere dorate in rilievo che con l’aiuto di Dora e la complicità di Peppina, riuscivo a sottrarre ogni giorno per sfogliarlo nella nostra cameretta. Nulla mi attraeva di più di quel grosso volume le cui pagine di giorno in giorno divenivano più chiare e familiari…e piaceva anche a Peppina che, avendo frequentato la terza elementare obbligatoria( non si usava allora avviare i bambini precocemente alla lettura e alla scrittura), sapeva già leggere.

Peppina fu la mia prima maestra e mi dischiuse un mondo meraviglioso in cui pensavo di non poter entrare alla soglia dei cinque anni: dopo il piacere dell’ arrampicata colpevole sull’ albero del fico, quelle ore di fantasticherie e di lettura delle illustrazioni di un pittore a suo tempo molto noto, incisero nel mio animo profondamente la voglia di imparare e mi accostarono ai  primi elementi della lettura. Toccavo le parole e le lettere in rilievo con un  piacere ed un’ emozione molto forti, leggevo le illustrazioni inventando storie e ponendo domande a Peppina; a volte Dora si addormentava sul divano e Peppina le pettinava i lunghi capelli.

Ormai immaginavo di sapere tutto su Mario, Cosetta , il Vescovo di Digne, Jean Valjean, e di altri personaggi di quelle storie che avrei riletto molti anni dopo con grande emozione e interesse: le lettere in rilievo scrivevano il titolo e l’ autore: I Miserabili di Victor Hugo; in  alto campeggiava la scritta: 1930- Premio di studio.

Ma torniamo alla narrazione: un pomeriggio dei primi giorni di settembre accadde ciò che da tempo sarebbe dovuto accadere; mentre cercavo di rimettere al suo posto il grosso volume, feci cadere dalla libreria tutti i preziosi oggetti che vi erano stati poggiati, il famoso vasetto perse il manico, Peppina si mise a strillare discolpandosi, Dora incominciò a piangere e i miei apparvero  spaventati nella stanza; nostra madre prese in braccio Dora consolandola con dei baci e portandola via da quella cattivona di Marisa.

Rimasta sola con mio padre pensavo alla giusta punizione in silenzio e preparata al peggio; ma mio padre mi fece sedere su un’ alta seggiola accanto a lui parlandomi come fossi grande; volle che gli raccontassi tutto, così scoprì che già da tempo avevo iniziato a leggere proprio su quel libro così prezioso. Ne fu molto orgoglioso e mi spiegò come e  in quali circostanze avesse ricevuto quel premio; mi disse quanto le storie che avevo iniziato a leggere fossero importanti per lui e per tutti perché descrivevano molte ingiustizie, prepotenze e miserie dell’umanità  e infine,  mi fece dono di quel libro che oggi mi appartiene come una delle più care e sentite eredità legate a ricordi incancellabili: con il vasetto senza manico si trova nella mia libreria.

“Fino a tanto che per effetto delle leggi e dei costumi esisterà una dannazione sociale che crea artificialmente in piena civiltà degli inferni, complicando con una fatalità umana il destino, che è divino; fino a tanto che i tre problemi del secolo: la degradazione dell” uomo in conseguenza del proletariato, l’ abiezione della donna in conseguenza della fame, l’ atrofia morale del fanciullo prodotta dalle tenebre dello spirito, non saranno risolti; fino a tanto che in certe regioni sarà possibile un’ asfissia sociale; in altri termini, e sotto un aspetto più vasto, finchè vi saranno sulla terra ignoranza e miseria, libri come questo non saranno mai inutili”.

VICTOR HUGO, prefazione all’ edizione

Hauteville-House, I Gennaio 1862

I PEPERONCINI ROSSI

Standard

SDC11182

Credevo di aver sposato un uomo di mare, anzi un lupo di mare, seppure sceso dalle alte montagne delle Alpi fino alla frontiera meridionale sulle argentee navi dei miei sogni;

ho poi creduto di aver a che fare con un patito della navigazione in barca a vela e della pesca in alto mare;

ho anche creduto di aver sposato, finalmente cosa buona e giusta, un cuoco e un cuciniere sopraffino… Credevo!

Ed ho creduto in tante altre metamorfosi, tutte creative e concrete mentre io , assediata da lavoro, famiglia, figli, nipoti ed amici gaudenti e numerosi, cercavo un po’ di spazio per i miei pensieri, le mie riflessioni, la mia scrittura.

Ora, lo sposo mi si dedica all’ orto domestico sul terrazzo della cucina, divenuta il suo regno, vista la mia abdicazione in favore del computer, prima tutto suo. Con pazienza , coltiva salvia, timo, rosmarino, menta, basilico, prezzemolo…e per fortuna anche delle meravigliose bouganville e altri fiori.

E’ di questi giorni la maturazione rossa e preziosa dei peperoncini la cui immagine scaramantica è considerata un augurio di buona fortuna ed io la dedico a tutti gli amici del blog anche con i saluti del mio coltivatore diretto.

I BUCHI ALLE ORECCHIE

Standard

(Breve favola vera che spiega perché due delle quattro sorelle Cossu non avevano e non hanno i buchi alle orecchie)

C’era una volta una famiglia felice …

Questa però non è la classica storia che si racconta ai bimbi per convincerli a dormire; non ci sono fate, folletti, mostri terrificanti e streghe cattive.

E’ l’epoca della narrazione che, pur essendo vicina o quasi, sembra venire da un mondo lontano, fantastico e forse dimenticato.

Torniamo alla famiglia felice: Norma e Domizio si erano conosciuti a Monterotondo, lui bello come il sole, marinaio della Regia Marina veniva da un paesino della profonda Sardegna, Pabillonis ; aveva smesso di studiare alla vigilia del diploma perechè, dopo la morte di sua madre e per altre vicende, la sua famiglia non poteva più sostenerlo in collegio a Cagliari, ed era partito.

Il Continente lo aspettava pieno di promesse e di presagi; lo aspettava anche Norma fiera, indomita, consapevole.

Aveva quattordici anni quando conobbe Domizio e da quel momento le loro vite si fusero.

Lui la amò sempre teneramente e lei si lasciò amare; lui cercò sempre di soddisfare i capricci di lei che accettò la devozione del marito come una cosa tanto naturale da non meritare troppa considerazione. Insieme, uniti,attraversarono gli orrori della guerrra e misero al mondo quattro figlie bellissime come i genitori.

Questa premessa introduce uno dei tanti momenti della famiglia felice nell’arco di oltre settanta anni di grandi gioie e di profondi dolori: la nascita delle quattro figlie (tutte femmine, povero papà), i matrimoni, le nuove nascite, qualche abbandono e anche l’intollerabile morte.

Per i curiosi che non conoscono i fatti voglio raccontare a Barbara, ma non solo a lei, perché Dora e Francesca, detta Franca, nell’ordine la seconda e la terza figlia, non hanno i buchi alle orecchie, mentre Marisa e Marinella detta Nella, nell’ordine prima e quarta figlia li hanno.

All’epoca dei fatti i figli nascevano a casa e le partorienti, se erano fortunate, potevano contare sull’esperienza di una levatrice che, oltre ad accogliere la nuova vita, aveva il compito, nel caso si fosse trattato di una femmina, di fare i buchi alle orecchie delle ignare bambine. Gli strumenti erano un tappo di sughero, un ago sterilizzato alla fiamma di una candela, alla cui cruna era stato infilato un filo che avrebbe fatto da primo orecchino, da sostituire poi con le monachelle d’oro.

Così era stato per Marisa. Dora e Franca non avevano subito, per ragioni ignote, lo stesso trattamento e quindi non avevano i buchi alle orecchie.

Tutto andò avanti senza problemi fino alla nascita di Marinella. Dora aveva sei anni e Franca solo due.

Dora sentì che le donne presenti al parto stavano programmando l’intervento sulle orecchie di Marinella appena nata. Il piano però includeva anche le orecchie di Dora e di Franca e questo era intollerabile. Così Dora, Franca e Marisa scapparono da casa e si nascosero tra le bianche grotte di calcare dove solitamente e segretamente giocavano circondate da gigli blu, raramente bianchi, da mirto profumato, da cespugli di more selvatiche, guardate dall’alto da piante di capperi dai fiori candidi.

Da quel rifugio del monte di S. Elia, presso Cagliari, le bambine sentivano i richiami e le minacce dei grandi, ma uscirono solo quando la macchina della levatrice fu lontana.

Fu così che le orecchie della seconda e terza sorella non ebbero e non hanno i buchi.

Barbara, la gentile donatrice degli orecchini confezionati dalla sua creatività  ora sa perché le zie non potranno sfoggiare quei bellissimi monili.

Marisa Cossu

I DUE VOLTI DELLA CITTA’ DI TARANTO (ORI ed ORRORI))

Standard

1385987_678923168798922_197838519_n[1]  ( Elena Di Ciolla,  ORI ed ORRORI di Taranto )

L’artista ha inteso rappresentare la bellezza magnogreca dell’ antica Taranto, con i suoi fasti e la sua importanza storica, archeologica , museale e culturale in contrapposizione ai problemi della città a noi coeva.

Mi chiedo se la storia e la bellezza possano convivere con il progresso quando esso distrugge le vocazioni naturali dei territori. Taranto, città marinara dalle coste pescose e accoglienti, ha ormai dimenticato le sue origini e le sue tradizioni legate alla civiltà marinara e contadina da cui ebbe fondazione ed origine; la fame di lavoro e di benessere ha vinto spesso sulla sicurezza e sul bene inestimabile della salute.

Il dipinto sfiora i temi sociali, economici, lavorativi e strutturali di cui Taranto soffre ormai da troppo tempo . Molti giovani scelgono di emigrare in cerca di un lavoro, mentre altri si adattano all’ aiuto dei genitori e dei nonni pensionati; la città è cupa, scarsamente illuminata, con poche risorse per una visione socio-culturale e per il volontariato; molti sono i negozi chiusi e le attività artigianali ed imprenditoriali ferme. I beni culturali e archeologici, di cui è ricca la città, non vengono valorizzati, mentre potrebbero rappresentare una forma rilevante di ripresa e di riscatto in tutti i sensi specialmente in campo turistico. Per non parlare delle più elementari strutture urbanistiche… del  problema dei rifiuti e della conservazione e sistemazione dell’ arredo urbano.

A ciò si aggiungono,come problemi vitali, l’ inquinamento generalizzato, causa di indicibili limitazioni, malattie, sofferenze e una forte cementificazione sviluppatasi nel corso del secolo.

Se si pensa ai cantieri navali, all’ arsenale, al porto, e al promesso e mai realizzato interporto, si può comprendere lo sgomento della città impotente e incapace di progettare il proprio futuro.

Ci sarà un futuro per tutti noi? E quanto dovremo aspettare, mentre il vento del Sud fa volare dappertutto la rossa polvere che tutto copre e divora?

Marisa Cossu