LA TEMPESTA

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La tempesta

( Rondò)

 

 

Non la notte stellata mi sorprende

ma del Giorgione quella gran tempesta

che scoppia sulle case e poi s’accende

nel lampeggiante guizzo che s’appresta

 

sul paesaggio e l’uomo, mentre a festa

celebra le faccende quotidiane

e, indifferente al grigio auspicio, resta

in quel mistero di sembianze vane.

 

La storia passa per stagioni arcane

nella città silente: ore dipinte

in tetti, archi, rovine più lontane,

fitto il fogliame in rugginose tinte;

 

irrompe intanto il lampo tra le quinte

e del mistero spiega la ragione

che più m’inquieta: ora sono vinte

le umane forze, giunte a soluzione

 

le domande sul senso, l’emozione

mancante per l’accendersi del tuono,

indifferenza o incuria, sensazione

d’umano orgoglio dell’essere mai prono.

 

Quale distanza tra il sentire e il dono

dell’armonia che spiega la pochezza

di quel che siamo quando giunge il Trono:

sogni noi siamo pieni d’incertezza.

Marisa Cossu

Nazario Pardini, “I dintorni della solitudine”, a cura di Michele Miano, Guido Miano editore – 2019

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LA PRESENZA DI ÈRATO

Pardini-Nazario-I-dintorni-della-solitudine-1Nazario Pardini ha al suo attivo molte raccolte di poesia. È un personaggio, noto, da decenni nel campo della scrittura. Sulla sua produzione hanno scritto i più qualificati critici letterari. Alla sua poesia sono state applicate varie chiavi interpretative, dalla motivazione esistenzialistica a quella psicanalitica alla religiosa a quella naturalistica. Ad essa egli perviene in maniera quasi inconscia, o meglio, sulla scorta di un cammino empirico, di sofferenze vissute e ben radicate nel quotidiano. Il suo pensiero non conosce la freddezza dell’astrazione filosofica. È piuttosto un’analisi che scandaglia gli abissi della coscienza, una sorta di speleologia dell’anima che procede per constatazioni. Un narrare per sottrazione, incarnato in una lingua nuda e spinosa, che mira allo svuotamento e alla esasperazione delle forme implicite nella realtà. Un’essenzialità ascetica anima il lessico di Nazario Pardini, quasi retaggio atavico della sua terra di toscana come nella lirica La solitudine del mare: “Sono solo…

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La sera

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La sera

(Novenario)

Ed ora che cade la sera

si accendono vivide stelle

sui dirupi della scogliera

e brillano come fiammelle.

 

Un vuoto silenzio pervade

nel breve divino momento,

il rumore che mormora e sale

dal marino vago lamento.

 

Un attimo solo di quiete

sereno mi guida per mano

dalle storie piccole e liete,

 all’amore che ho pianto  invano.

Marisa Cossu

Amore

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Inserisci una didascalia

(sonetto)

ABAB ABAB CDE CDE

 

 

A ragionar d’amore sosto ancora

con la passione dei bei tempi andati

e tu mi guardi proprio come allora

con occhi chiari, sempre innamorati;

 

nulla è mutato: stesso sole indora

questo tratto di vita; destinati

a perderci nel tempo che scolora

i ricordi, restiamo qui abbracciati.

 

Nasceva questo amore, tra il tuo mare,

i libri di poesia, un’emozione

e, nel pensarti altrove, già soffrivo:

 

ero fanciulla, non sapevo amare,

ma tra carezze e baci, e una canzone

che ancora ci commuove, ti seguivo.

Marisa  Cossu

 

… allora mi colpì tanta dolcezza

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Marco D’Oggiorno, Madonna del latte ( 1475-1524)

… allora mi colpì tanta dolcezza

… allora mi colpì tanta dolcezza

perché ti vidi Figlio del Creatore

in una mangiatoia e la stanchezza

si sciolse finalmente nel chiarore

di una lanterna fievole che ardeva

per mostrare un bambino nella culla

mentre la neve giù dal ciel scendeva.

La madre aveva gli occhi di fanciulla

ed io lasciai me stessa, il mio dolore,

ogni pena e fatica, nella luce

che risplendeva intorno al mio Signore;

lì mi fermai. E ancora mi conduce

a sé quel Dio bambino, ai dolci giorni

del mio Natale e spero che ritorni.

Marisa Cossu

Cammina il tempo

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Cammina il tempo

( sonetto )

ABAB ABAB CDE EDC

 

Cammina il tempo, né mai si riposa.

Il mondo muta, tutto giunge a quiete,

cadono stelle e l’ombra di ogni cosa

segue la scia di flebili comete;

 

trascolorano i cieli in silenziosa

concava notte dove senza rete

affonda l’esistenza già corrosa

e si discioglie in lacrime segrete.

 

Dove sarà la trepida speranza,

avrà pietà l’Eterno che ci attende

nell’infinita vastità del cielo;

 

ma non vedremo che in un tenue velo

la luce che per noi qualcuno accende

da quella insuperabile distanza.

Marisa Cossu

 

“Di ombra e di luce”

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Cari amici del mio BLOG,

il mio nuovo libro ” Di ombra e di luce”, Blu di Prussia Ed., è disponibili su Amazon, La Feltrinelli, iBS, Unilibro. Ringrazio quanti vorranno leggerlo e regalarlo. Si tratta di una silloge poetica in metrica italiana i cui contenuti spaziano su vari aspetti della vita, delle emozioni, del tempo e delle stagioni in un’ottica contemporanea. Contiene tre sillogi: Di Ombra e di luce, L’amore ed altre storie, Il tempo e le stagioni. Affidato nelle mani dell’editore e poeta Vincenzo Rebecchi è molto curato in ogni particolare. La prefazione del Poeta Nazario Pardini, Professore di letteratura presso l’Università di Pisa, impreziosisce il libro rendendolo unico nel suo genere. Riporto una sua nota nella quarta di copertina.

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Sono graditi commenti e recensioni. Auguro a tutti felici festività natalizie,

Marisa Cossu

Forse nulla conosco

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Magritte, Il segreto doppio

 

Forse nulla conosco

del mondo naturale e artificiale

se in greve oscurità sempre mi perdo

tra sentimenti che mi fanno male;

pur se gioiosi, intorno li disperdo.

Occulto la mia pena all’altrui sguardo,

racchiuso nel mio tronco, più non trovo

voce che della vita a me ragioni,

né segno di bellezza che consoli;

rimiro una  fuggevole presenza,

ma l’occhio muta ciò che nella mente

si forma come icona di un’idea.

In grande dubbio poi consumo i giorni,

i mesi, le stagioni:

è più sicuro un giunco del mio cuore

quando lo flette il dondolio del vento.

Così restano beni inconoscibili

le luci accese su lontani porti,

le verità descritte dai sapienti.

Anche l’amore perde le parole

e insieme a me si oscura lentamente.

Marisa Cossu

 

Da Lèucade con amore

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lunedì 12 novembre 2018

MARISA COSSU LEGGE: “E FU PER ME…” SONETTO DI M. DONTE

Marisa Cossu legge: “E fu per me l’amor un dolce fuoco”

di Maurizio Donte

Petrarca nella poesia contemporanea

Pubblicato da Nazario Pardini, Alla volta di Leucade, Blog spot
Marisa Cossu,

collaboratrice di Lèucade

Nulla di più affascinante per un aspirante poeta, della lettura e del commento delle opere, in questo caso un sonetto, di Maurizio Donte, che mi pregio seguire da alcuni anni sia per affinità ideale alla sua poetica, sia per la passione che entrambi manifestiamo verso la tradizione culturale, in particolare per l’immenso lascito di Dante e Petrarca, presenti nella poesia dell’Ottocento e del Novecento. In tal senso l’opera del Donte va inquadrata: un ponte tra il passato e la contemporaneità, un passaggio cui i poeti non possono sottrarsi, a mio parere, senza elidere zone consistenti del divenire poetico e della critica d’arte.

Riscontriamo dunque, la crepuscolare ironia di un Gozzano, che intesta I colloqui(1911), con un titolo – epigrafe petrarchesco, Il giovenile cuore, e rileviamo che Saba deriva da Petrarca, più che il linguaggio, l’idea di una struttura lirico-melodica come il suo Canzoniere. A Petrarca guardano soprattutto le poetiche di alcuni movimenti culturali e letterari come la “Ronda” o l’ermetismo, con il recupero di un linguaggio più adatto a dar voce all’interiorità dell’io. Non a caso Lorenzo Montano nel saggio Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (1929), individua nel Canzoniere il rapporto tra ricerca formale e biografia sentimentale di Petrarca: egli suggerisce una restaurazione dei valori poetici (linea Petrarca-Leopardi), che il “sorvegliato classicismo” di Vincenzo Cardarelli porterà a verifica sperimentale. Non diverso è il rapporto che il Petrarca stabilisce con la Scuola ermetica: Mario Luzi, instaura un legame tra dimensione esistenziale e dimensione espressiva in sintonia con l’esempio di G. Ungaretti; infatti è in Ungaretti che l’incidenza del petrarchismo è più forte, perché egli riconquista le forme metriche regolari(endecasillabi e settenari ne Il Sentimento del tempo (1933), ma realizza anche una precisa poetica della memoria nello scavo interiore che deriva dai Rerum vulgarium fragmenta.

Questo sonetto del Donte, come tutta la sua opera, si pone in continuità con le migliori esperienze culturali della nostra epoca, si dona onestamente, senza imitazioni e indugi, con generosa passione a tutti noi che, disincantati fruitori di input di ogni genere, o in cerca fuori dall’uomo di nuovi linguaggi, ci chiediamo che cosa è la poesia, chi sono i poeti, a che cosa servono, se è ancora possibile una poesia priva di quei valori etici ed estetici che il Donte ci regala a piene mani.

Questa non è soltanto una poesia dell’amore perduto, non una lamentazione del poeta per la sua rovina: è una grande metafora della vita che prima sorride e infine mostra il suo volto di impossibili speranze, di illusioni tra le tempeste dell’anima e un canto, morto prima di esistere. È in questo scavo interiore la bellezza e l’arte del Nostro, che, appropriatosi profondamente delle regole metriche e del linguaggio – ponte tra la tradizione letteraria e i sentimenti che sempre albergano nell’uomo, reinventa un mondo poetico i cui frammenti sono scritti dentro di noi: perciò li riconosciamo e li amiamo.

Marisa Cossu

E fu per me l’amor un dolce fuoco

E fu per me l’amor un dolce fuoco,

un sole nato, un raggio di mattina,

un segno dato al cuore, oppure un gioco,

prima che scenda tenebra e rovina.

Non sono altro ormai che un suono fioco,

un’onda che alla riva s’avvicina:

un vecchio che non vive se non poco,

la luce nella sera che declina.

Un canto nato e morto in un momento,

un’anima percossa da uragani;

un vento che non sai da dove viene

è il tempo ch’é passato e che non tiene,

ma corre attraversando le tue mani,

senza dire nient’altro che: mi pento.

Maurizio Donte