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Buchenwald

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Auschwitz-2[1] BUCHENWALD
Tremano le parole sul mio foglio:
non han forza, balbettano l’orrore
che così vasto mi sommuove il cuore
per la memoria che narrare voglio.

C’era un binario nero a Buchenwald,
un cancello di ferro arrugginito,
dentro un male tremendo mai esistito,
c’erano fumo e morte a Buchenwald.

E c’era anche una bambola, già bionda,
un pianoforte muto, senza tasti,
vecchie cose, giocattoli rimasti
in un cortile sotto ad una gronda.

Camminavano numeri stampati
i nomi scritti col fuoco , a Buchenwald,
e stelle gialle in petto a Buchenwald,
uomini morti prima d’esser nati;

vesti rigate e fiori sui recinti
dove ogni desiderio impallidiva,
né rimaneva alcuna cosa viva
mentre sul campo di sconfitti e vinti

la storia già scriveva il suo verdetto
in memoria di un tempo maledetto.
Marisa Cossu

MISURA

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moebius[1] Misura

Consuma anche il dolore ogni attimo contato dalla vita,

il tempo spezzato in nodi diseguali, simboli evanescenti

di algoritmi abbandonati da un arcano mistero.

Solo il caso interviene a definire i numeri della smisurata realtà,

a nutrire le speranze di sopravvivenza nella fissità universale:

La scienza comprende il senso delle cose e immagina il futuro;

ma tutto è fermo all’orologio, ai  meccanismi silenziosi delle lancette

dove spesso riposa l’ombra di storie e di ritorni;

anche un pezzo di cielo cade alle mie spalle senza far rumore,

sul ferro e sul fuoco di questa apparente contraddizione,

tra il principio e la fine della mia voglia di vivere:

Sosto sulla soglia dell’ attimo a raccogliere l’ultima misura,

ora che nomino i giorni e li peso come da molto lontano.

e la mia parola resta suono indecifrabile e vuoto.

© Marisa Cossu